LETTERA APERTA AI COMPAGNI DEL PARTITO DEMOCRATICO

Care compagne e cari compagni,

gli avvenimenti di questi ultimi giorni, sia sul piano nazionale sia su quello locale, mi hanno spinto ad una profonda e personalissima riflessione sul senso ultimo del nostro impegno politico. L’emergere dell’ennesimo squallido contesto di corruzione, malaffare, cattiva politica, dello “schifo”, per dirlo con le parole del vostro segretario nazionale, dello scandalo di “Roma capitale” è l’ulteriore conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, del valore profetico delle parole con le quali Enrico Berlinguer denunciava la centralità della “questione morale” per il futuro del nostro Paese. Già, ve lo ricordate quando c’era Berlinguer ? E lo riuscite a vedere oggi seduto ad uno dei tavoli della Leopolda? Giorgio Gaber cantava: “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una persona perbene”. E voi lo ricordate cosa significava essere comunisti dalle nostre parti? Io sì, lo ricordo. Significava essere istintivamente dalla parte della giustizia sociale, dalla parte degli ultimi, consapevoli che un “sistema” politico che, nel migliore dei casi, era un intreccio inestricabile di favori, clientele, lotte senza quartiere per accaparrarsi il potere, fosse destinato, prima o poi, a travolgere il nostro Paese. Strano che debba essere proprio io a ricordarlo, mentre i tanti che in quel sistema trovarono vantaggi e prebende oggi attraversano, da destra a sinistra e da sinistra a destra, la nostra vita politica a tutti i livelli.

Poi arrivò monsignor Nogaro e ricordò a tutti noi che la politica è “servizio sociale” e fu la stagione dei movimenti, della lotta per l’apertura dell’Ospedale, delle battaglie ambientaliste per la chiusura della discarica, per la Centrale del Garigliano, per la centrale Turbogas. Fu soprattutto il momento in cui la buona politica e la società civile seppero unirsi per fare fronte comune contro le forze del male: la Camorra, la collusione tra politica e criminalità, in una parola la “Campana”. Da quella stagione nacque la prima esperienza amministrativa del sindaco Meschinelli, forse la migliore del dopoguerra, un nuovo entusiasmo, la voglia di ricostruire il tessuto sociale, l’illusione di creare qui sulla nostra Terra un futuro migliore per i nostri figli. Un’esperienza a cui, onestà intellettuale lo impone, contribuì in maniera decisiva anche l’on. Oliviero salvo ripensarci cinque anni dopo decretandone la fine ed appoggiando la sindacatura del dott. Giuseppe Fusco, attualmente consigliere provinciale del centrodestra.

Veniamo ai nostri tempi prima che il ricordo delle battaglie del passato riemerga prepotente ed oscuri la lucidità necessaria per analizzare il presente.

Due notizie di questi giorni mi hanno in qualche modo convinto a rendere pubbliche le mie riflessioni: la candidatura dell’on. Pina Picierno alle “primarie” per la carica di Presidente della regione Campania e il “trasloco” (non saprei come definirlo) del consigliere regionale Gennaro Oliviero (e, fatto credo unico nella storia politica italiana, di tutto un gruppo politico) dalle fila del Partito socialista a quelle del PD.

L’ineffabile on. Picierno, già passata alla storia per un’indimenticabile tesi sul “linguaggio politico” di Ciriaco De Mita (si, compagni, proprio quel De Mita là, ve lo ricordate ?, il democristianone del dopo terremoto dell’Irpinia, il referente della D.C. casertana e sessana, insomma il nostro principale avversario politico degli anni Settanta ed Ottanta), poi militante di ferro dell’ala franceschiniana, poi candidata tra i sostenitori di Bersani (povero Bersani che crede ancora in una “ditta” che ha perso la sua ragione sociale) a parlamentarie che costituiscono probabilmente l’antefatto delle novità di questi giorni (chiedere all’on. Oliviero per conferma), poi trombata dai suoi concittadini di Teano che alle ultime amministrative non le hanno concesso nemmeno un consigliere comunale (della serie: se la conosci… la eviti !), infine al centro di una delle polemiche più raffinate ed intellettualmente avvincenti degli ultimi mesi: taccia la CGIL con i suoi congressi farlocchi e le tessere false ! Il che, detto da Lei, è una certezza quasi indiscutibile. Ebbene, dopo l’innegabile successo alle elezioni europee, la giovane valchiria ormai sembra decisa a rappresentare il centrosinistra nella sfida contro Caldoro. Mi chiedo: ma come può reagire un elettore di sinistra davanti a tutto questo? Come può un giovane che nonostante tutto guarda al futuro con fiducia appassionarsi alla politica? Come può, infine, un’intera classe dirigente, che dovrebbe essere costituita dal meglio che la società civile, il mondo del lavoro, le esperienze sociali determinano, riconoscersi in una simile leadership?

So cosa state pensando: eccolo il solito moralista fuori dal mondo, caro Filippo continua a fare il professore di filosofia, la politica è un’altra cosa ! Sapete, cari compagni, sono circa quarant’anni che me lo sento ripetere: ma non fare il filosofo, tanto poi a seguirti ci sono solo quattro gatti! A parte i quattro gatti (che saranno anche tre, ma almeno pensano con la loro testa), una volta tanto sono io che chiedo: ma dove ci ha portato questa politica fatta di continui compromessi, di aggiustamenti ideali, di cadute tenebrose nei meandri degli intrecci inconfessabili? Ha forse garantito lo sviluppo sociale ed economico del nostro territorio? Guardatela questa Terra offesa, calpestata, irrimediabilmente devastata dai rifiuti, dalla monnezza di mezza Europa, con i nostri ragazzi che fuggono, che lasciano senza speranza (e spesso senza rimpianto) una “patria” (la terra dei padri…) che li ha traditi, ignorati, umiliati. Il realismo dei “professionisti della politica” ha forse migliorato le condizioni di vita dei nostri cittadini? Quanti di noi, quasi ogni giorno, registrano all’interno delle proprie famiglie, del giro degli amici più intimi, un numero impressionante di nuovi casi di tumore che sono forse solo la punta dell’iceberg di una catastrofe ambientale annunciata da anni e ignorata quasi da tutti? Del resto si sa gli ambientalisti rompono le scatole e impediscono lo “sviluppo”; vero cara Giulia Casella ? Gli affari non possono avere di questi impedimenti altrimenti le ecomafie e i loro riferimenti, anche quelli che operano indisturbati da anni sul nostro territorio, come potranno garantire posti di lavoro e profitto? Salvo scoprire che, poi, il lavoro le ecomafie (stavo pardon per dire le eco4) lo garantiscono solo ai loro galoppini politici.

Ecco, questo e tanto altro mi passava per la testa, quando pochi giorni fa mi trovavo in classe a spiegare agli studenti quanto avesse pesato sulla storia del nostro Paese l’intreccio tra trasformismo politico, clientelismo e corruzione. Sapete si parlava di quel celebre j’accuse con cui Gaetano Salvemini definiva Giolitti il “ministro della malavita”. Li guardavo negli occhi quelle ragazze e quei ragazzi, con i loro sguardi aperti sul futuro, con la speranza di poter con il loro impegno e la loro passione costruire un mondo migliore. Quanto sono belli i nostri ragazzi quando ti  guardano e dicono: dacci una speranza, aiutaci a credere che le cose possano cambiare. Ed allora ti tornano le energie e vorresti avere di nuovo la loro età per cambiare insieme il mondo.

Qualcuno di voi potrebbe perdere il filo del discorso e pensare: ma perché queste cose le dici a noi,  in fondo non siamo mica i responsabili di tutto quello che sta accadendo qui a Sessa e tanto meno nel resto del Paese? Certo che no ed è proprio per questo, cari compagni, che vi scrivo. Vi conosco da tanti anni e con molti di voi ho condiviso un lungo tratto di strada. So che siete delle persone perbene, che ci sono tra voi tanti che ci “credono” ancora; ed allora cosa aspettate a reagire, a far sentire la vostra voce?  Come fate a non capire che l’arrivo tra le vostre fila dell’on. Oliviero nella migliore delle ipotesi vi trasformerà in un comitato elettorale per la rielezione in consiglio regionale o (non ci sono limiti alla provvidenza renziana!) per il grande salto nel parlamento nazionale. Intendiamoci, non credo che l’on. Oliviero sia un “mostro”, anzi gli riconosco francamente anche una serie di qualità “politiche” che, se ben sfruttate, lo avrebbero  potuto qualificare come leader della sinistra sessana. Ma, mi sia perdonata la franchezza, Lui è un’altra cosa, lo abbiamo sempre saputo e ce lo siamo detti tante volte; è forse l’ultimo rappresentante di un modo di intendere la rappresentanza territoriale che, nella migliore delle ipotesi è puro paternalismo clientelare (nel solco di una tradizione che, per storia familiare, conosco bene e che di recente il prof. Stanziale nel suo ultimo lavoro ha ben analizzato) e molto spesso è finalizzata alla gestione del potere per il potere. Non è una questione personale, ci mancherebbe; la politica non è mai una questione personale, ma è cura della polis, del bene comune. Semplicemente, l’amico (chiamarlo compagno non mi viene proprio) Gennaro è antropologicamente diverso da noi, è, se vogliamo l’espressione di una classe politica meridionale che, da Giolitti ad oggi, non è mai cambiata, che è frutto di una subalternità culturale, di una miscela esplosiva e devastante di indifferentismo etico e di incompetenza amministrativa. Insomma, in una parola, è un’altra cosa. Ed allora, per fare un passo avanti nel ragionamento, un Partito che accoglie così, senza nessuna riflessione e/o reazione, un corpo estraneo, e lo fa attraverso uno dei suoi maggiori esponenti nazionali,  un Partito che rinuncia a tutti i livelli all’obbligo morale di continuare la lotta a favore degli umili, dei senza lavoro, dei giovani precari, dei senza tetto, dei senza patria che fuggono dalle guerre (ed elenco, si badi, non i “soliti” ritornelli della sinistra morta e sepolta del tempo che fu, ma “alla lettera” le categorie sociali a cui si rivolge oggi magnificamente la Parola profetica di Papa Francesco), ebbene un Partito del genere potrà anche formalmente iscriversi alla famiglia del socialismo europeo, ma ha perso la sua anima, la sua identità al punto da governare insieme agli ex servitori di Berlusconi e da elevare a padre costituente l’uomo che ha segnato per vent’anni e forse per sempre il destino del nostro Paese. Ed allora sento forte nella mia coscienza le voci “di dentro”, il dovere di ricordare a tutti noi che l’Italia che amiamo non è quella di Dell’Utri e di Forza Mafia, ma quella di Chinnici, Falcone e Borsellino; non è quella della lotta ai lavoratori ed ai loro diritti, ma quella delle lotte dei lavoratori per la conquista dei “nostri” diritti; non è quella che costringe i nostri figli ad emigrare, ma che dice ai nostri figli costruiamo insieme un futuro migliore. Ed è pensando a loro, credetemi, ai miei ed ai vostri figli, che ho voluto scrivervi questa lettera.

Con affetto

Filippo Ianniello