24 luglio 1991 – 24 luglio 2017.

Sono passati ventisei anni da quella tragica data. Ventisei anni in cui Sessa Aurunca e tutto il territorio limitrofo hanno cambiato “pelle” molteplici volte. Alberto Varone ventisei anni fa veniva lasciato morire sul sedile della sua Opel Kadett rossa, in località “ACQUA GALENA”, in direzione Capua, tra Francolise, Teano e Sessa. Potrebbe risultare una morte cosiddetta  “normale”, una rapina forse, o cose simili: m a quella notte non fu così: Alberto venne ammazzato con colpi di fucile a canne mozze in pieno volto.

Siamo nei primi anni ’90, e a Sessa vigeva un clima di terrore. Tutta la vita sociale, o quasi, era condizionata dal potere di una famiglia, o meglio di un cognome, che doveva essere pronunciato e scandito in sottovoce, “perchè non si sa mai”.

Nello “scacchiere criminale” della provincia di Caserta, anche Sessa aveva la sua “pedina”. Il clan egemone in quegli anni era il clan Esposito denominato dei  “Muzzoni”  con il suo capo indiscusso Mario Esposito.

Tale gruppo, spesso,  è stato sottovalutato dai molti addetti ai lavori, concentrati per lo più sulle vicissitudini Napoletane e quelle inerenti al clan dei casalesi, che in quegli anni stava acquisendo sempre più potere.

Ma la Sessa Aurunca “criminale” ha lasciato non pochi strascichi di sangue, che hanno segnato anche l’evoluzione del tessuto sociale. Gli anni che vanno tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 nel territorio aurunco niente poteva essere fatto, se non per volere dei Muzzoni. Nel 1990 furono annullate le elezioni provinciali e spostate all’anno successivo per il ricorso fatto contro una Lista Civica su cui si annebbiarono sospetti. Tra l’altro, anche alle amministrative si vissero momenti difficili con tensioni e con un successivo commissariamento.

La situazione, come visto era invivibile, e in quegli anni non mancarono numerosi fatti di sangue. Anche perché il clan locale era legato all’altro clan egemone del litorale domizio: i LA TORRE di Mondragone. Questi duegruppi cercarono anche una propria indipendenza, ingaggiando una guerra intestina con l’uomo dei “Casalesi” (che “comandava” il litorale domizio), ossia Alberto Beneduce, che fece anche delle vittime tra affiliati vari.

In questo clima, ne fece le spese, Alberto Varone. Un uomo perbene, un lavoratore esemplare, con un carattere troppo deciso per cadere nella trappola criminale del clan. Questo suo carattere, portò il capoclan, Mario Esposito, ad emettere la “sentenza di morte nei suoi confronti”. Alberto numerose volte gridò il proprio dissenso nei confronti delle numerose richieste di racket che gli venivano fatte. Alberto sacrificava vita e famiglia per il proprio lavoro, ossia quello di smistare i giornali in tutte l’edicole del comprensorio, e questo agli “uomini d’onore” non andava per niente bene. E’ così in quella notte del 24 luglio 1991, due uomini gli presentarono il “conto”. Nonostante tutto, Alberto non morì sul colpo (nonostante i colpi esplosi  in pieno volto).

Mario ce l’ha fatta”: queste furono le ultime parole esalate prima di morire all’ospedale NUOVO PELLEGRINI di Napoli di fianco a sua moglie Antonietta.

Alberto non è morto in quell’Ospedale, ma bensì è morto nell’indifferenza dei tanti, che nel corso degli anni hanno “omesso” il ricordo ed il sacrificio, per non aver problemi o per timore.

E’ morto nel silenzio delle istituzioni, che in quegli anni addirittura fecero “muro” con questa storia.

Al suo capezzale non si presentò quasi nessuno. Pochi amici, quelli veri, che da sempre hanno deciso di voltarsi dall’altra parte. Nessuna istituzione, nessuna piazza in ricordo, niente di tutto questo.

Per anni questa storia stava finendo nel dimenticatoio; fino a quando Simmaco Perillo non ha deciso di intitolargli uno dei primi beni confiscati in Italia. Nella fattispecie il bene è diventata una COOPERATIVA (Al di là dei sogni) ed è stato confiscato al clan Moccia, operante perlopiù nella zona di Afragola, ed è sito a Maiano.

Ad oggi, dopo ventisei lunghi anni, Alberto Varone, per alcuni è ancora un nome da sussurrare a bassa voce.

L’omertà è  debolezza: questo è l’insegnamento più grande che ci ha lasciato Alberto, è proprio quello di non cedere a questo “ricatto” criminale.

Dopo ventisei anni, se Sessa è un paese “diverso”, è anche grazie ad esempi del genere. E il dovere morale di ogni cittadino aurunco in questo giorno è quello di ricordare la storia di Alberto e di divulgarla alle nuove generazione come monito per gli anni a venire.

Non ripetere gli errori del passato è il primo grande passo per la rinascita aurunca.

A cura di Fabrizio Marino