Dichiarazione di Pietro Falco, giornalista e fiero rappresentante della lotta per la legalità nel Territorio Aurunco:

“Il disastro attuale del Consorzio Aurunco di Bonifica l’ho profetizzato esattamente cinque anni fa. E per più di tre anni, la mia è stata l’unica voce critica in mezzo a un coro di peana nei confronti del commissario…

Tutto quello che è avvenuto dopo lo si può leggere nell’esposto che indirizzai nel 2013 al governatore Stefano Caldoro, alla Procura della Repubblica e alla Corte dei conti.

D’altro canto, non che ci volesse “la zingara”…

Era evidente sin da allora che un Consorzio che aveva già accumulato oltre 30 milioni di debiti, e che spesso non riusciva a pagare lo stipendio a 50 lavoratori stagionali, non potesse farsene carico di 300 e passa (sottolineo, trecento e passa).

Soprattutto, saltavano agli occhi gli obiettivi famelici di una certa “politica” che aveva messo gli occhi sull’ente che svolge un ruolo fondamentale per gli agricoltori del territorio (compreso il Basso Lazio) per trasformarlo in carrozzone clientelare, in previsione della tornata elettorale delle regionali e delle aministrative.

Mi sono fatti un sacco di nemici per quelle denunce, e non passava giorno che qualcuno non mi rinfacciasse che io ero “contro il lavoro alla povera gente”.

Nessuno che fosse in grado di guardare oltre il proprio naso, nessuno che riuscisse a comprendere che quell’andazzo nel giro di un paio d’anni avrebbe cancellato il futuro di tutti…

Eppure gli elementi per capire c’erano: “Ogni giorno si presentava qualcuno che diceva ‘io lavoro qui, mi ha chiamato il commissario’ – mi raccontò una sera, molto tempo dopo, un amico – e noi non sapevamo nemmeno dove metterli, cosa fargli fare…”.

Per non parlare della Regione, che per quattro anni ha chiuso letteralmente tutti e due occhi sui bilanci del Consorzio approvati dal commissario (sono tutti passati per decorrenza dei termini) e sulla gestione dei fondi in stile “masseria”, oltre che ovviamente sul mio esposto-denuncia.
Solo una volta qualcosa sembrò muoversi. Credo fosse il 2014. Una sera, consegnandomi il conto, il cameriere della pizzeria in cui avevo cenato, mi chiamò per nome e mi disse: “Pietro, abbiamo bisogno di parlarti”. “Noi, chi…?”, fu la risposta. E lui mi spiegò che era un dipendente del Consorzio.

Li incontrai già il giorno dopo, nonostante avessi i minuti contati perché ero in partenza per Salina. Loro erano una ventina e ci incontrammo nella saletta del bar Brini. Erano incazzati per i ritardi nel pagamento degli stipendi e mi raccontarono un sacco di cose su quello che stava accadendo, dicendo peste e corna del commissario. Li invitai a denunciare, a mettere tutto per iscritto: “Se non volete farlo voi, lo faccio io – dissi – ma portatemi le carte”.

Rimanemmo che ci saremmo rivisti al mio ritorno, una settimana dopo, con le carte. Li rividi invece dopo diversi giorni di attesa: ma solo in una foto pubbicata su Facebook, scattata in un ristorante. Erano tutti intorno al commissario… Pare fosse arrivata la promessa di un finanzamento della Regione, che avrebbe consentito di sbloccare i pagamenti.

Il resto è storia di oggi. C’è un’inchiesta della Procura: qualcuno dovrà rispondere, qualcuno dovrà pagare.

Ancor più che sul commissario, io punto l’indice nei confronti della Regione, che avrebbe potuto e dovuto fermarlo subito, sin dal 2013. Ed invece ha scelto di lascarlo fare, di continuare a coprirlo, a dispetto dell’evidenza dei fatti.

E’ questa inerzia, questo peccato di omissione, che fa la differenza tra il caso Cab e le difficoltà economiche di tutti gli altri Consorzi di bonifica della Campania. E’ per questo che si può e si deve battere cassa alla Regione…”