Dal post del prof. Leonida Di Tora
Nelle cucine di ogni casa sicuramente già fervono i preparati per la cena di domani sera, riparatrice del digiuno attuato per onorare la vigilia di Natale. Odori si mescolano a odori e per le stanze si sparge un’atmosfera di non so che di natalizio grazie agli aromi di particolari spezie che dovranno insaporire le pietanze peculiari che andranno a comporre le numerose portate della cena.
Manca ancora il capitone: ma quello si comprerà alle prime ore della mattinata della vigilia. La cena della vigilia di Natale ha certamente qualcosa di particolare, non solo per la “chiassosa” armonia della famiglia finalmente riunita che la caratterizza, ma anche per qualcos’altro di piacevolmente intimo che ci fa sentire finalmente più disponibili al sorriso e alla “chiacchiera”.
Però una volta messi a sedere intorno alla tavola così ben allestita per l’occasione e con l’arrivo dei piatti colmi di cibo le chiacchiere occasionali cedono il posto alla valutazione del sapore di ogni singola portata che ognuno apprezza con gusto.
Così racconta la vigilia di Natale PASQUALE DE LUCA (1865-1929), romanziere e pubblicista sessano.
“ La sera del 24 si mangia di magro perché è Vigilia; anzi il popolino digiuna il giorno per mangiare con più appetito la sera. I vermicelli agli ed olio, la minestra di verdura, l’insalata, il baccalà fritto e gli zucchini *, conservati apposta dall’estate, sono i cibi indispensabili per quella sera.
Non parlo poi dei capitoni, che fin dall’alba sono venuti da Formia, dal Garigliano e che so io – e si son messi in vendita con grande strepito di grida e di botte.
Vi sentite svegliare d’un tratto, di soprassalto da quelle voci robuste, gridanti a distesa:” ‘O capitone ch’ ‘e recchie, ‘o capitone ch’ ‘e recchie!” – che è un piacere. E non v’è uno tra i buoni borghesi che non ne compri per lo meno un rotolo, spendendo colla maggiore soddisfazione i suoi 36 soldi”.
( Pasquale De Luca, “Racconti silvani”,1888, da – La Vigilia di Natale – ).
* Gli zucchini (“ri cucuzziegl’”) costituiscono un piatto povero particolare dell’antica cucina sessana; immancabile tra le pietanze della cena della Vigilia di Natale e soprattutto della cena della fine dell’anno. Esso si compone di bucce di melone o di cocomero, ripulite del rivestimento esterno ed essiccate durante l’estate, condite, dopo averle lessate e infarinate e fritte, con salsa agrodolce arricchita di pinoli, di uva passa e di peperoncino.