Il profumo di quel dolce invadeva le stanze della casa dei miei nonni in Via Santuario, un profumo delicato, quasi angelico.
La torta di mandorle che mia Nonna Teresa preparava ritualmente nei giorni precedenti la festa, era uno tra i tanti riti immancabili della Festa di Carano. Sin da piccoli ci preparavamo a viverla con emozione, dal Sabato al Martedì, trasferendoci armi e bagagli nella casa dei nonni paterni.
La Festa di Carano significava libertà, divertimento, le migliori giostre, le bancarelle ricche di giocattoli e di leccornie, ma anche musica, luci sfavillanti “dell’Apparatura” e la possibilità di contatti sociali nuovi ed interessanti.
Il giardino della casa paterna affacciava proprio su Piazza Falco: una visuale privilegiata sia per i concertini delle bande musicali della domenica e del lunedì, tra musica classica e lirica e sia per il grande concerto del martedì. Si perchè al tempo il Cantante si esibiva in Piazza Falco, proprio nel cuore del paese.
Avevamo panchine di marmo posizionate proprio in corrispondenza del cancello e delle ringhiere del muro di cinta che divenivano, ogni anno, sede di epiche battaglie tra i più piccoli per avere un posto in prima fila sotto il grande salice piangente che faceva ombra all’intero giardino.
In realtà quelle panchine posizionate sulle tre parti della antica casa, avevano un altro ruolo sin dall’800: quello di ospitare i pellegrini che giungevano a piedi dai luoghi più disparati per il riposo e per il consumo dei pasti che portavano con sè.
Mio Nonno Adelmo Verrengia raccontava sempre che i caranesi si distinguevano per la speciale ospitalità che davano ai visitatori del Santuario, stanchi ed assetati. Gli si dava acqua, pane e un cantuccio per riposare, dopo il lungo tragitto. Molti arrivavano a piedi da Formia, Gaeta, Fondi, Itri, Cassino e Mondragone. Da Sessa Aurunca partivano la mattina presto, attraversando il Ponte Ronaco e la sua campagna e sbucando direttamente sull’Appia.
Mi raccontava, poi, che ritualmente ogni anno a fine aprile, le case di Carano, in onore della sopraggiungente festa, venivano tinteggiate totalmente all’interno di un colore bianco vivo ed intenso. Si riportavano in auge i suppellettili più pregiati e i migliori corredi e per tutti, grandi spese, con il guardaroba nuovo.
Il brulichio della festa sin dal sabato invadeva le abitazioni di Carano e si faceva sempre più intenso, fino all’apice della Domenica.
Una domenica mattina che iniziava con l’assaggio della Torta di mandorle. Un dolce raffinato, senza lievitazione, con mandorle tritate, uova, zucchero, glassa e piccole perline di zucchero con 30 min di cottura in forno. (foto -2-3)
La Processione era il culmine religioso, che presupponeva un lauto pasto, che spesso iniziava a tardo orario (talvolta alle 15,30) per l’attardarsi del ritorno in Chiesa della Statua della Madonna.
Non si poteva iniziare la lunga libagione, se prima non si erano ascoltati con commozione “i botti” che annunciavano l’arrivo della Madonna della Libera tra suoni di campane e il rumore dello sfollamento del Corso. Poi, il silenzio del pomeriggio, con un corso semideserto, pronto ad essere ripopolato con l’arrivo dei tanti forestieri. La Festa di Carano è stata per molti anche un momento di socializzazione amorosa; quanti fidanzamenti, quanti incontri, quanti sguardi sono stati rubati in quei momenti, stante che nel passato, per le ragazze del comprensorio, quell’occasione di “Struscio” era una opportunità imperidibile per trovare marito.
Il pranzo in casa Verrengia-Fusco era il medesimo di tutte le case di Carano. Antipasto mare e monti, un saporito Ragù, carne, insalata di rinforzo e poi, i meravigliosi dolci della tradizione Caranese. Chiaramente ogni famiglia aveva le sue prelibatezze ma un elemento in comune in tutta Carano erano i dolci: La Pizza Doce con crema ed amarena, i Bocconotti sempre con amarena ed il Cattò-Gattò con ripieno di crema gialla e cioccolata, doppio e corpulento con pan di spagna.
La festa di Carano era un must per le giostre. Un tempo situate al centro del paese, ove ora sorgono palazzi e negozi; immancabili erano la casa dei fantasmi, il tagadà, il Tirapugni, i flipper con la corsa di auto o cavalli e poi i sparabiglie con le squadre di calcio e ricchi premi. Per i bambini del tempo, Carano era il massimo del divertimento, grazie anche ai tanti venditori di zucchero filato, di dolciumi e delle bancarelle che vendevano giocattoli non originali ma altrettanto divertenti.
Infine, il grande momento del martedì sera. Di solito, il cantante prescelto per la festa alloggiava e cenava nella casa dello Zio Romualdo Verrengia; nel tempo si sono fermati a cena presso quell’abitazione artisti di grande livello come Fiordaliso, Donatella Rettore, Patty Pravo, Claudio Villa, Iva Zanicchi, e tanti altri.
La Festa di Carano ha scandito l’infanzia di tanti, emozioni e ricordi che resteranno indelebili nella nostra memoria aurunca.
Alberto Verrengia per Generazione Aurunca



