Era il 23 novembre dell’anno 1980…una data che per molti anni ha segnato i miei ricordi e le mie notti insonni. A distanza di tempo, rivedo e riesco a rivivere ancora tutte le immagini, nessun meccanismo di rimozione mi ha aiutato a cancellare quella notte di paura e di dramma. Tutto ciò che ritrovo nei miei ricordi, appare oggi come proiettato attraverso la linea del tempo nella preistoria delle comunicazioni , nell’epoca ancestrale della tecnologia. Eravamo tutti insieme a casa dei nonni a guardare una partita, perché solo una partita poteva essere trasmessa in diretta TV alle ore 19.00, con tanto di commento del grandioso Paolo Valenti. Ricordo che ero seduta su una sedia piccola e mi divertivo a dondolarmi, inclinandola verso il muro. Fu proprio quel movimento altalenante della sedia ad ingannarmi, impedendomi di distinguere il mio spostamento dal quello sussultorio di ben altra natura che, invece, fu ben colto da mio nonno il quale improvvisamente iniziò a strepitare, urlando di uscire fuori. Il corridoio non era molto lungo, ma io ricordo che con difficoltà si cercò di giungere verso la porta d’uscita e solo ritrovandomi nel cortile vidi quelle scene che poi per anni non avrei mai più dimenticato: l’albero di arancio si piegava quasi verso di noi, un boato e un ululato di cani inondavano tutta l’atmosfera, la gente si riversava fuori dalle case, gridando e piangendo e poi…un black aut assurdo, forse preceduto da uno scoppio. Mia madre in preda al panico iniziò la sua folle corsa alla ricerca di mio fratello, seguita da mio padre; mia zia animata dal suo perenne altruismo, cercando di aiutare una anziana vicina di casa, fu assalita dal suo cane impazzito e spaventato. Tutti i “grandi” che mi circondavano erano letteralmente impotenti di fronte alla furia della natura. Io ero rimasta immobile per strada, da sola sperando che i miei ritornassero da quella folle corsa in cerca di mio fratello. Pensai per un attimo che non li avrei mai più rivisti . Ma per fortuna non fu così, almeno non per me, non nella nostra zona. Diversamente, in altri angoli dell’Irpinia, tanti bambini avevano vissuto lo stesso dramma con tragiche conseguenze. Fu un paradosso della mia vita quando a distanza di anni , durante una lezione universitaria, conobbi una ragazza dagli occhi spenti e tristi: anche lei era rimasta immobile e da sola quel lontano 23 novembre 1980, ma suo padre e suo fratello non erano più ritornati a casa, come tanti altri sepolti e dimenticati sotto le macerie.
Di quella notte ricordo poi le vaghe notizie che riuscivamo, a stento, a carpire da una radiolina, tutti avvolti da coperte intorno al fuoco. Niente Tv satellitari, cellulari, notizie via web…nulla…solo la voce rauca di quella radiolina che ad intermittenza iniziava a far luce sul drammatico evento, mentre incessante sullo sfondo si udiva ancora il boato e l’ululato dei cani.
Marianna M. per Generazione Aurunca
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